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LA STORIA DELLA CHIESA

La chiesa di Santa Lucia (sita in Corso Marconi), eretta nel 1282 e consacrata nel 1365, fu rimaneggiata nella prima metà dell’ ‘800.
Il materiale usato fu il laterizio. Il suo interno è a pianta centrale. Le decorazioni che rappresentano l’esaltazione e santificazione di S. Lucia sono opere di Giuseppe Toscani. Sul primo altare a destra c’è “La Madonna sconsolata al Santo Sepolcro” del fermano Giacomo Cordella.
Nella chiesa erano contenute anticamente otto splendide tavole (risalenti al 1410 circa) di Jacobello del Fiore rappresentanti la vita e il martirio di Santa Lucia, oggi provvisoriamente conservate nella Pinacoteca Comunale di Fermo. Presso la casa parrocchiale vi erano due tavole di Vittore Crivelli (1440-1501) originariamente appartenenti al polittico di S. Giuliano. Il dipinto era costituito da due ordini di pannelli: al centro vi era la ‘Madonna con Bambino” sormontata dalla “Pietà “; nel lato destro comparivano “S. Egidio Abate” e “S. Giovanni Battista” (oggi al Walter Art Gallery di Baltimora); nel lato sinistro “San Giuliano” (oggi ad Avignone al Museo du Petit Palais).

LA STORIA DELLA SANTA

Gli Atti del suo martirio narrano di una giovane appartenente ad una ricca famiglia del posto, che era stata promessa in sposa ad un pagano.
In occasione di un viaggio a Catania, sul sepolcro di Sant’Agata, Lucia pronunciò il voto di verginità, chiedendo ad Agata di salvare la vita alla madre Eutichia. Al suo ritorno la madre guarì e Lucia distribuì i beni ai poveri e decise di rinunciare al matrimonio.
Il fidanzato non era contento del fatto che Lucia non ne volesse sapere così lui le disse che l’amava e che l’avrebbe sposata per avere anche lui un po’ della sua bellezza: così lei si strappò gli occhi e glieli diede dicendogli che così avrebbe comunque avuto parte della sua bellezza, come voleva.
Il giovane non se lo sapeva spiegare e così Lucia gli disse ” Non ti sposerò perché io sono cristiana”, allora fu denunciata dal fidanzato stesso al console di Siracusa Pascasio e sottoposta a processo: doveva essere portata in un lupanare per essere oltraggiata, ma nulla riuscì a spostarla dal luogo dove si trovava. Allora l’ira del console Pascasio si accese e fu cosparsa di resina e pece, e data a fuoco. Poiché le fiamme non la bruciavano fu condannata alla decapitazione. Situazione questa confermata dall’attuale stato in cui si trova il Corpo della Santa, venerato a Venezia presso la Basilica di Santa Lucia e Geremia.
La leggenda di Lucia nasce dal nome connesso con la luce, nome che avrebbe stimolato la fantasia popolare riguardo una tortura avente per oggetto gli occhi stessi, che, come dicono altre leggende, le sarebbero stati strappati dai carnefici così lei stessa se li sarebbe rimessi tornando a vedere.
Da tale episodio deriva l’iconografia, che raffigura la santa con una tazza in mano su cui sono posti gli occhi.
Altri attributi possono essere una spada oppure anche una tazza da cui esce una fiamma.
A Siracusa le stampe popolari riproducono la santa con un mazzo di spighe e la tazza con gli occhi in mano, su un fercolo d’argento, con un pugnale conficcato in gola.
Un’altra leggenda voleva che durante l’anno 1646 buona parte della Sicilia, governata dagli spagnoli, fu colpita da una grave carestia. Come per miracolo, proprio domenica 13 maggio di quell’anno, delle navi cariche di grano approdarono nel porto di Siracusa e durante la S. Messa, ove era esposto alla devozione dei fedeli il Simulacro argenteo della Santa, una colomba entrò in Cattedrale e, volteggiando, si posò sopra l’altare.
Il popolo affamato si cibò dei chicchi messi in pentola di fretta, senza aspettare che venissero macinati.
Da quel momento, alla devozione di Santa Lucia si associò l’uso di mangiare un dolce particolare, la cuccia.