Oratorio di Santa Monica

Nell’articolato contesto urbano di Fermo, il quartiere di Campoleggio rappresenta senza dubbio uno dei rioni di maggiore interesse, ricco di varie testimonianze artistiche romane, medievali e rinascimentali che, a distanza di molti secoli, ancora documentano la vitalità economica e le attente scelte di quanti vi hanno abitato. Fra queste emergenze artistiche, spicca l’Oratorio di S.Monica che conserva al suo interno un importante ciclo di affreschi tardo-gotici recentemente restaurati, grazie alla determinazione della Confraternita proprietaria dell’Oratorio dal 1825.
Come recita una lapide a caratteri gotici murata sulla facciata, la costruzione venne realizzata fra il 1423 e il 1425 da Giovanni di Guglielmo da Fermo e la semplice struttura architettonica manifesta i tratti più tipici del gotico misurato e composto che caratterizza l’architettura locale fra la fine del XIV secolo e gli inizi del XV. La semplice facciata a capanna è coronata da una sequenza di archetti pensili in laterizio che incorniciano dei bacini ceramici realizzati da una manifattura centro-italiana del tempo; più in basso correva una teoria di santi in maiolica smaltata dai colori vivaci, oggi ridotti a pochi frammenti.
La severa porta d’accesso era un tempo sormontata da un pinnacolo in laterizio culminante con una statua del Battista in pietra policroma, oggi conservata all’interno dell’oratorio: degne di nota sono anche le eleganti volute fitomorfe in terracotta che ornano le piccole monofore che danno luce all’interno del tempio.
L’oratorio a forma quadrangolare con copertura a vela venne ornato, intorno al 1430, da un ciclo di affreschi che, per consentire il risanamento delle strutture murarie, vennero strappati dalle pareti circa venti anni fa e soltanto nel 1995 sono stati ricollocati all’interno dello stesso, dopo essere stati consolidati e restaurati. Nei pennacchi, ornati da eleganti motivi a foglie accartocciate di memoria miniaturistica, sono le Virtù Cardinali e Teologali, mentre all’nterno delle vele si ravvisano le otto figure dei Dottori della Chiesa e degli Evangelisti, assisi su elaborate cattedre gotiche.
Il resto della decorazione si svolge su tre lati dell’Oratorio e narra le vicende del Battista e di San Giovanni Evangelista; nella controfacciata, mutilate nel 700 per l’apertura di una finestra, si individuano la “Natività del Battista” e a destra i resti della “Visitazione di Santa Elisabetta”, mentre più in basso è raffigurata la “Resurrezione di Drusiana”, un miracolo dell’Evangelista. Sulla parete sinistra alcune immagini votive poste sui pilastri esulano dal contesto iconografico del ciclo: da sinistra una “Madonna con il Bambino” (datata 1474), San Nicola da Tolentino e San Biagio, immagini sulle quali sono state graffite varie iscrizioni dai visitatori dei secoli passati.
Le storie dei due Giovanni riprendono in alto con il “Battesimo di Gesù”, in basso con “San Giovanni a Patmos”. Sul lato destro della parete, deturpata da una vasta lacuna, si notano la “Predica del Battista”, ambientata all’interno di un tempio e un’altra scena identificabile forse con la “caduta di Simon Mago”, tratta dall’Apocalise di San Giovanni.
Sulla parete destra, entro un arcosolio, è dipinta la gentile immagine della “Vergine di Loreto” accompagnata da una corte angelica, posta sotto un elegante baldacchino gotico; in alto è raffigurato il “Battista in carcere” a cui fanno seguito il “Banchetto di Erode” e la “ Decollazione del Santo”.
L’attribuzione di questi affascinanti affreschi costituisce ancora un intrigante problema per gli storici dell’arte: il Rotondi (1936) li assegnava ai fratelli Salimbeni, riferimento accolto da vari studiosi, finchè il Rotondi stesso (1962) li riferiva al maestro della Beata Serafina e vi notava affinità con lo stile di Alberto Alberti. Fabio Bisogni, in un articolato intervento, notava invece delle analogie con le figurazioni di Giacomo di Nicola da Recanati Montepulciano, riferimenti accolti anche da Andrea de Marchi.
Va infine ricordata un’ipotesi avanzata da Federico Zeri, secondo il quale l’autore del ciclo di Santa Monica sarebbe un’artista di origine pesarese. Attivo anche in area campana.
Pur nell’anonimato, questi affreschi rappresentano comunque un’importante testimonianza del momento di transizione dello stile ornato e fastoso caro ai maestri tardo-gotici a quello più realistico e spazialmente coerente del primo rinascimento. La seducente grazia cortese di talune figure, con quelle che partecipano al “Banchetto di Erode”, si unisce alla severa impaginazione di altri episodi, come nel “San Giovanni a Patmos” o nella “Predica del Battista”, pervasi da un’atmosfera di grande concentrazione emotiva.
La parete di fondo, priva di affreschi, accoglie oggi un imponente Crocefisso in legno policromo, dalla plastica potente, risalente alla seconda metà del XV secolo.
Si può quindi affermare che gli affreschii dell’Oratorio di S.Monica, insieme con gli altri nell’attiguo tempio di S.Agostino, costituiscono per la vetusta città di fermo un considerevole patrimonio di arte e di cultura e per i numerosi visitatori, un’occasione per meglio conoscere le bellezze artistiche del Piceno.

Stefano Papetti